Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2. Ali Bey

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Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2 - Ali Bey

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nè il Sultano nè l'amico, era agitatissimo, ed i suoi occhi per sempre chiusi alla luce, s'inumidivano di lagrime. Più commosso dal pericolo in cui per amor mio erasi posto questo buon principe, che dai mali che potevano rovesciarsi sopra di me; io mi alzai, e presagli la mano gli dissi: «Infine Muley Abdsulem io conosco quanto voi mi amate, voi che leggete nel fondo del cuore dell'amico i più segreti pensieri, indicatemi quale condotta io debba tenere; ditemi ciò che volete ch'io faccia, ed io lo farò, ma pensateci bene.» Egli prese la mia mano, che accostò al suo cuore, e dopo alcuni istanti di silenzio, mi disse con voce mal ferma. «Che si conducano le donne a casa vostra. – Io vi acconsento, gli risposi, ma sappiate Muley Abdsulem, che io non le vedrò; che non tarderà ad arrivare il giorno in cui partirò per la Mecca che in allora, se le donne vogliono rimanere potranno farlo, perchè io non le avrò vedute, e se vogliono seguirmi, accorderò loro protezione.»

      Sollevato dal peso che l'opprimeva, Muley Abdsulem non potè più contenersi. Passando dall'estrema tristezza alla più viva gioja, mi saltò al collo abbracciandomi con tenerezza fraterna. Il suo volto brillò di gioja, e fu bagnato dalle lagrime di tenerezza. Fu convenuto che la sera dello stesso giorno le donne sarebbero condotte a casa mia: chiesi che la cosa si facesse senza romore e senza alcuna ceremonia; e passai subito al mio alloggio. Il Sultano mi aveva regalato una bianca chiamata Mohhàna, e la nera Tigmu.

      Ordinai che venisse allestito un appartamento separato nella mia casa di campagna, e lo feci ammobigliare decentemente; vi feci riporre abbondanti provvisioni di zuccaro, di caffè, di te, ec., ed inoltre un forziere con entro molte stoffe, ed altre bagatelle, alcuni giojelli, ed una borsa con alcune monete d'oro.

      Erano quasi le dieci della sera quando il mio mastro di casa venne ad annunciarmi che le donne erano arrivate. Che si conducano al loro appartamento, io gli risposi, e continuai a discorrere col mio segretario, il mio fakih, e due altri amici. La governante dell'harem di Muley Abdsulem con una mezza dozzina di donne erano venute ad accompagnare le mie. S'imbandì la cena alle donne, ed un'altra agli uomini, terminata la quale chiamai la governante dell'harem di Muley Abdsulem, che si presentò velata secondo il costume. Le feci un piccolo dono, poi consegnandole la chiave del forziere, gli dissi: «Date questa chiave a Mohhàna; ditele ch'io la stimo; ma che alcune particolari circostanze m'impediscono di vederla. Tutto quanto ella troverà nell'appartamento, e sotto questa chiave è robba sua. Spero che proteggerà Tigmu. Io parto alla volta di Semelalia; ma lascio qui in mia assenza uno di casa della mia famiglia il scheriffo Muley Hhamèt, il quale avrà cura di servirla con due domestici e due serventi. Tutto quanto ella desidera non ha che a chiederlo a Muley Hhamèt.»

      Licenziai all'istante la governante sorpresa. Era ormai mezzanotte, ed io montai a cavallo coi miei amici, e la mia gente, ed accompagnato da molte lanterne, presi la strada di Semelalia, ove contavo di trattenermi lungo tempo. Le donne di Muley Abdsulem rimasero in casa mia fino all'indomani.

      Se la corte di Marocco si maravigliò del rifiuto delle donne, non fu meno sorpresa del modo con cui le ricevetti. Non era possibile con tanti domestici, e con tante altre persone che frequentavano la mia casa, che la cosa rimanesse segreta: nè passarono ventiquattr'ore, che tutta la città fu informata di tutte le più minute circostanze.

      Io continuavo a vedere il Sultano e Muley Abdsulem, come se niente fosse accaduto, presso i Musulmani vuole la creanza che non si parli mai di donne.

      Finalmente palesai la mia risoluzione di andare alla Mecca. Ebbi su quest'oggetto lunghe conferenze col Sultano, con Muley Abdsulem, e con i miei amici, che mi sconsigliavano dall'intraprendere questo penoso viaggio. Mi veniva opposto che il medesimo Sultano non l'aveva fatto; che la religione non obbligava a farlo personalmente, e che facendo le spese ad un pellegrino mi acquistavo agli occhi della divinità lo stesso merito. Queste ragioni ed altre molte che non accade accennare, non mi rimossero punto dalla presa risoluzione.

      Il Sultano che desiderava d'avermi vicino venne un giorno alla mia casa accompagnato da suo fratello Muley Abdsulem, da suo cugino Muley Abdelmelek, e da tutta la corte. Il Sultano arrivò alle nove ore del mattino, e si ritirò soltanto alle quattro e mezzo della sera. In questo tempo si parlò più volte del mio pellegrinaggio ma non mi rimossi dal mio proposito: due volte s'imbandì la mensa, quando arrivò il Sultano col suo seguito, e quando partì. Il Sultano che voleva convincermi del suo affetto, e della illimitata sua confidenza, mangiò una volta, prese molte volte il caffè, te e limone; scrisse e firmò dispacci sulla mia scrivania; mi trattò in ogni cosa come fratello; e finalmente, partendo, sei de' suoi domestici mi presentarono da parte sua due magnifici tappeti.

      La maggior parte degli ufficiali dopo avere ricondotto il Sultano al suo appartamento, tornarono a complimentarmi ed a scongiurarmi di nuovo a non partire, facendomi le più lusinghiere predizioni sul mio destino se rimanevo. Insensibile a tante belle promesse, fissai l'epoca della mia partenza entro tredici giorni.

      Giunse il tempo di dare l'ultimo addio al Sultano. Rinnovò le più calde istanze, e mi replicò le mille volte di pensar bene a quel ch'io facevo, di riflettere alle fatiche ed ai pericoli cui mi esponevo in così lungo viaggio. Nell'abbandonarlo ci abbracciammo colle lagrime agli occhi. L'udienza di congedo con Muley Abdsulem fu ancora più tenera, e fino all'ultimo mio sospiro io porterò scolpita nel mio cuore l'immagine di così caro principe.

      Il Sultano mi regalò una ricchissima tenda foderata di drappo rosso, ed ornata di frangie di seta. Prima di mandarmela la fece alzare in sua presenza: allora v'entrarono dodici fackiri, recitandovi certe preghiere che dovevano assicurarmi le grazie del cielo ed una costante prosperità in tutto il viaggio. Aggiunse a questo dono alcuni otri per portar l'acqua, articolo necessario in questo viaggio.

      Feci dire a Mohhàna, che si coprisse perchè dovea parlarle. Appena si fu assettata, mi recai al suo appartamento accompagnato da molta gente, e le dissi: «Mohhàna in procinto di partire per il Levante, io non vi abbandonerò se volete seguirmi; ma voi siete ugualmente in libertà di rimanervene, poichè voi sapete essere questa la prima volta ch'io vi vedo, e vi parlo.»

      Ella modestamente rispose: «Io voglio seguire il mio Signore. – Pensate bene, gli replicai, a ciò che voi dite, perchè risposto che abbiate non v'è luogo a pentimento. – Mohhàna replicò; sì mio signore, io vi seguirò in qualunque parte del mondo vi portiate, e fino alla morte.» Allora rivoltomi a quelli che mi accompagnavano; «voi udite, dissi loro, ciò che dice Mohhàna, voi siete testimonj della mia risoluzione. Indi dissi a Mohhàna; voi siete una buona donna, avete dell'attaccamento per me; ed io vi proteggerò sempre. Preparatevi a partire con me. Addio.»

      Feci subito fare per Mohhàna una specie di lettiera chiamata darboùcco chiuso da ogni banda, che si colloca sopra un mulo, e sopra un cammello, e che si usa in paese per le principali dame. Non si fecero per Tigmu tante ceremonie; essa poteva viaggiare avviluppata nel suo hhaïk, o bournous. Destinai a queste donne una gran tenda, ove non potevano essere vedute da alcuno. In tal modo io intrapresi il mio viaggio alla Mecca lasciando incaricato dell'amministrazione de' miei beni a Marocco Sidi Omar Bujèta pascià di quella capitale, con le opportune istruzioni.

      CAPITOLO XVII

      Casa regnante a Marocco. – Genealogia. – Scheriffi. – Tattica. – Entrate del Sultano. – Sue guardie. – Sue donne. – Partenza d'Ali Bey da Fez. – Viaggio ad Ouschda.

      Molti autori scrissero la storia de' Sovrani dei paesi, che formano l'attuale regno di Marocco. Tra le composte da' Scrittori Europei, quella del sig. Schénier incaricato d'affari del re di Francia presso l'imperatore di Marocco, mi sembra la più pregievole.

      È noto che dopo Muley Edris, che vivea nel secondo secolo dell'Egira, ottavo dell'era cristiana, il regno di Marocco, di Fez, di Mequinez, di Sus e di Taffilet furono governati da diverse dinastie sempre in guerra tra di loro fino al tempo in cui il Sceriffo dell'Yenboa, Muley Schèrif si stabilì a Taffilet, acquistandosi colle sue virtù la stima di tutti i popoli,

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