Se lei temesse. Блейк Пирс
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Prima di raggiungere la cima, udì di nuovo il rumore. Stavolta più forte e più costante. E adesso non era tanto sicura che si trattasse del fruscio delle tende. Adesso sembravano proprio passi.
Ma non aveva senso. Solo il proprietario e l’impresario – un cinquantaseienne di nome Bob – avevano l’altra chiave, e adesso si trovava a New York a godersi uno spettacolo con la moglie. Tamara lo sapeva perché l’ultima volta che si erano visti se ne era lagnato. E il proprietario non si curava mai di nessuna delle sue case, una volta inserite nella lista dell’agenzia immobiliare.
E allora chi diavolo c’è lassù?
Si sorprese di se stessa quando salì qualche altro gradino. Mancavano solo due scalini al pianerottolo del primo piano. Riusciva a vederne il tappeto e il fondo delle prime due porte aperte lungo il corridoio.
Quasi disse qualcosa, ma pensò che sarebbe stato stupido. Se c’era davvero qualcuno, magari sarebbe stato meglio non informarlo della sua presenza.
Non fare la stupida, si disse. In questa casa non c’è niente da rubare. Se c’è qualcuno, o è Bob o un vicino ficcanaso. E se qualcuno è entrato vuol dire che l’impresario uscendo non ha chiuso, come un idiota. Non sarebbe la prima volta che Bob si dimentica di chiudere a chiave una proprietà dopo essere passato.
Però poi tornarono i passi, da un punto molto vicino. E poi si udì respirare – un respiro ansioso ed eccitato.
Tamara seguì allora l’istinto. Accantonò la curiosità e scattò giù per le scale. Armeggiò col cellulare per chiamare la polizia. Anche se la cosa si fosse risolta in nulla, meglio prevenire che curare. Meglio…
Udì dei passi tuonare dietro di lei. Sentì la scala tremarle sotto ai piedi. Mentre si avvicinava al fondo della scala le sfuggì un urletto che non ebbe mai il tempo di uscirle del tutto di bocca. Qualcosa la colpì forte da dietro, prendendola alla nuca e alla parte superiore della schiena.
Tamara cadde a terra. Alzò le mani per non sbattere la faccia. Nel farlo si slogò il polso. Lo udì schioccare ma ne fu solo vagamente consapevole. Stava ancora pensando a quei passi tuonanti che l’avevano raggiunta da dietro. Era stordita e annebbiata, la testa le urlava di dolore e il polso stava cominciando a pulsare, sordo. Cercò di girarsi per vedere l’aggressore, ma non ne ebbe mai modo.
Sentì qualcosa di ruvido scivolarle sulla testa per posarsi sul collo. Fu allora che si strinse… e poi improvvisamente Tamara non lottava più per voltarsi a guardare l’aggressore.
Adesso lottava per respirare.
Con l’incombere dell’oscurità, il dolore alla testa venne soffocato da quello disperato al collo e ai polmoni – e perse rapidamente ogni battaglia.
CAPITOLO UNO
I ragazzini di Stranger Things stavano cominciando a darle noia. Logico, pensava. Erano come tutti gli altri ragazzini. Entusiasmanti e carini quando li si conosceva, ma con la tendenza a farsi irritanti a mano a mano che crescevano. Kate Wise aveva la sensazione di conoscere quelli di Stranger Things piuttosto bene: si era sparata tutte le stagioni uno e due in tre giorni. E adesso che le si profilava davanti la stagione tre, non le andava.
Kate posò il telecomando di Apple TV sul tavolino e si alzò. Guardò l’orologio e rimase un po’ disgustata di scoprire che si erano fatte le cinque e dieci del pomeriggio. Poi guardò il tavolinetto del divano, la pila di libri acquistati alla libreria dell’usato di Carytown la settimana precedente. Ne aveva cominciato uno – uno sguardo piuttosto tedioso sulla vita di John Wayne Gacy – ma non aveva avuto la capacità mentale di reggerlo… né quello né qualsiasi altro libro, comunque.
Perciò si era messa finalmente a usare l’account Netflix, cosa che aveva solo perché gliene aveva parlato Allen. Avevano guardato qualcosa insieme, più che altro documentari e The Office, ma avevano scoperto rapidamente che insieme preferivano di gran lunga parlare. Però quando era sola, la sera tardi, Kate scopriva di preferire l’ozio. Non le era mai davvero piaciuto trascorrere molto tempo davanti alla televisione, ma ultimamente pareva che stessero cominciando a piacerle sciocchezze che la staccassero e scollegassero da tutto. Stava cominciando a piacerle l’idea di sfuggire al mondo reale; che si trattasse di trascorrere un po’ di tempo con dei ragazzini nel Sottosopra o di fingere interesse per Grey’s Anatomy, era bello prendersi una pausa mentale e assistere alle tragedie di qualcun altro, per un po’.
Dopotutto aveva moltissimo tempo. Il direttore Duran aveva prestato fede alle sue parole rabbiose e non la contattava da più di sei settimane. Sapeva di non essere stata licenziata, ma si sarebbero rivolti a lei solo per casi che necessitassero del suo tocco di esperta o di ricerca approfondita. L’aveva rimproverata e poi le aveva detto che sarebbe stata utilizzata solo per la ricerca – come cima di salvataggio per altri agenti, al massimo. Lo capiva: vista la sua età era stata un po’ troppo negligente nell’ultimo caso. Però Duran sapeva anche che era brava in quello che faceva e non era ancora pronto a rimuoverla.
Finora non era accaduto nulla del genere. In attesa della telefonata del direttore, la sua vita era andata avanti. In quelle stagnanti sei settimane aveva compiuto cinquantasei anni, sua nipote Michelle uno e lei e Allen avevano fatto due viaggi – uno in una remota baita sui Monti Blue Ridge e un altro nella Carolina del Sud a Surfside Beach per godersi gli ultimi attimi dell’estate.
Ma quell’ultimo viaggio risaliva a due settimane prima. Quando erano tornati, Allen aveva ripreso il lavoro. Pur mantenendo casa sua, trascorreva la maggior parte del tempo da Kate. Avevano parlato di convivenza e lei immaginava che ci sarebbero arrivati. Pensava a cose del genere mentre i giorni si consumavano. Però poi aveva scoperto Stranger Things e, Dio l’aiutasse, Grey’s Anatomy, e aveva avuto moltissimi modi per riempire quelle distese di tempi morti.
Aveva scribacchiato il libro che aveva sempre desiderato scrivere – uno sguardo su alcuni dei suoi casi più bizzarri. Aveva buttato giù una cinquantina di pagine, cosa che non aveva fatto che ricordarle che i giorni di gloria ora ce li aveva alle spalle. Persino con un agente già interessato (pur trattandosi in realtà di un accordo tra amici), non le riusciva di trovare la motivazione per proseguire col libro.
Sapeva di essere preda della monotonia. Se Duran aveva deciso di non aver più bisogno di lei, voleva che dicesse qualcosa. Essere lasciata andare, pensava, sarebbe stato preferibile che essere lasciata all’oscuro.
Aveva un’altra ora prima dell’arrivo di Allen. Spense finalmente la tv e pensò al libro, ma sapeva che oggi non aveva la spinta giusta per lavorarci. Guardò il cellulare e sfogliò i vecchi messaggi. Cinque giorni prima ne aveva ricevuto uno da Kristen DeMarco, per un saluto. Lei era ancora attiva, faceva da tappabuchi in casi i cui agenti, per una ragione o per un’altra, erano a corto di partner. Comunque DeMarco era rimasta in contatto – gesto che Kate apprezzava più di quanto DeMarco avrebbe mai saputo.
Erano diventate amiche molto rapidamente. Era molto, dato che Kate era sempre stata brava a tracciare la spessa linea vigente tra partner e amico. Ma in DeMarco c’era qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri partner che aveva avuto. C’era più di una promettente carriera e del carisma di una che non molla mai. Era una donna a tutto tondo che a volte ricordava a Kate fin troppo la se stessa più giovane. E rimanere in contatto con lei era stato uno dei fondamenti più cruciali della vita di Kate nelle