La Bugia Perfetta. Блейк Пирс
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Troy Emerson era l’agente federale a cui suo padre aveva sparato alla testa in quella terribile serata. Jessie non aveva neanche saputo il suo nome di battesimo prima che morisse, e neanche sapeva che si era sposato recentemente e che aveva un figlio di quattro mesi. Non aveva potuto andare al funerale a causa delle sue ferite, ma aveva successivamente contattato la vedova. Non aveva ricevuto risposta.
“Kelly si sta riprendendo,” le assicurò Murph. “Ha ricevuto il tuo messaggio. So che vuole risponderti, ma ha solo bisogno di un po’ di tempo ancora.”
“Capisco. A essere onesta, capirei anche se non volesse mai rivolgermi la parola.”
“Ehi, non prenderti tutta la colpa,” le rispose lui quasi arrabbiato. “Non dipende da te se tuo padre era un pazzo. E Troy conosceva i rischi quando ha preso questo lavoro. Li conoscevamo tutti. Puoi sentirti vicina a loro. Ma non sentirti in colpa.”
Jessie annuì, incapace di pensare a una risposta adatta.
“Ti darei un abbraccio,” le disse Murph, “ma salterei per il male, e non per motivi emotivi. Quindi facciamo finta che l’abbia fatto, ok?”
“Tutto quello che vuole, agente Murphy,” gli rispose.
“E adesso non metterti a fare la formale con me,” insistette lui mentre si rimetteva comodo, appoggiato allo schienale del sedile passeggeri. “Puoi ancora chiamarmi Murph. Non è che io smetta di chiamarti con il tuo soprannome.”
“Che sarebbe?” gli chiese Jessie.
“La mia rottura di scatole.”
Jessie non poté fare a meno di ridere.
“Arrivederci, Murph,” gli disse. “Dai a Toomey un bacio da parte mia.”
“Lo avrei fatto anche se non me l’avessi chiesto,” gridò, mentre Toomey schiacciava sull’acceleratore e i copertoni fischiavano contro il pavimento del garage.
Jessie si girò e trovò Decker che la guardava impaziente.
“Ha finito?” le chiese col suo modo brusco. “O dovrei forse mettermi comodo a guardare Le pagine della nostra vita, mentre voi elaborate ancora un po’ le vostre emozioni?”
“È bello essere tornata, capitano,” disse lei sospirando.
Il capitano si diresse verso l’ingresso e le fece cenno di seguirlo. Jessie ignorò i dolorini a gambe e schiena e fece una piccola corsa per raggiungerlo. L’aveva appena raggiunto, che lui subito si buttò a spiegare il piano che aveva per lei.
“Allora, non si aspetti del lavoro sul campo per un po’ di tempo,” le disse burbero. “Non stavo scherzando quando parlavo di tenerla alla scrivania. È ancora arrugginita, e vedo che sta disperatamente tentando di non zoppicare da quella gamba, mentre cammina. Fino a che non sarò convinto che è tornata del tutto in forma, dovrà abituarsi alle luci fluorescenti della centrale.”
“Non pensa che potrei tornare più rapidamente quella di prima se mi tuffassi a capofitto in qualche caso?” chiese Jessie, tentando di non apparire implorante. Doveva fare due passi per ciascuno di quelli del capitano per non restare indietro mentre percorrevano velocemente il corridoio.
“Buffo, è proprio quello che ha detto anche il suo amico Hernandez quando è tornato la scorsa settimana. Ho messo anche lui alla scrivania. E indovini un po’? È ancora lì.”
“Non sapevo che Hernandez fosse tornato,” disse Jessie.
“Pensavo che foste amiconi,” rispose il capitano, mentre svoltavano l’angolo.
Jessie lo guardò di sbieco, cercando di capire se il suo capo stesse alludendo a qualcosa. Ma sembrava essere sincero.
“Siamo amici,” confermò lei. “Ma pensavo che con le ferite che ha subito e con il divorzio, volesse un po’ più di tempo per sé.”
“Davvero?” disse Decker. “Avrebbe potuto quasi convincermi.”
Jessie non aveva idea di come interpretare quel commento, ma non ebbe il tempo di fare domande perché arrivarono al centro della stazione, una grande stanza piena di un marasma di scrivanie tutte messe insieme e popolate da vari detective che rappresentavano le diverse divisioni del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Dalla parte opposta della stanza, insieme ad altri agenti della Sezione Speciale Omicidi, c’era Ryan Hernandez.
Per essere un uomo che aveva subito due pugnalate solo due mesi prima, sempre ad opera di suo padre (sembrava che ultimamente tutte le persone che conosceva venissero assalite e ferite da suo padre), Hernandez sembrava piuttosto in forma.
L’avambraccio sinistro non era neanche più fasciato. L’altra ferita era sul lato sinistro dell’addome. Ma dato che l’agente ora era in piedi e stava ridendo, era probabile che neanche quella gli desse più tanto disturbo.
Mentre Decker la accompagnava verso di lui, Jessie si sentì perplessa per il suo attuale sentimento di irritazione nel vedere Hernandez in atteggiamento così scherzoso. Avrebbe dovuto essere felice di non vederlo depresso perché il suo matrimonio era andato in pezzi e perché era stato quasi ucciso. Ma se stava così bene, perché non l’aveva contattata più di quelle due volte molto sbrigative negli ultimi due mesi?
Lei si era sforzata molto di più per contattarlo e raramente lo aveva sentito fare lo stesso. Aveva pensato che la cosa fosse dovuta alla sua difficile situazione, e aveva deciso di lasciargli spazio perché si riprendesse. Ma per come lo vedeva ora, tutto sembrava essere al profumo di rose.
“È bello vedere la Sezione Speciale Omicidi così di buon umore in una mattinata così bella,” tuonò Decker, facendo sobbalzare i cinque uomini e la donna che facevano parte dell’unità. Il detective Alan Trembley, distratto come sempre, lasciò addirittura cadere la sua brioche.
La Sezione Speciale Omicidi era una divisione a cui venivano assegnati casi di alto profilo, spesso con intenso scrutinio mediatico. Ciò significava un sacco di omicidi con molteplici vittime, oppure casi di omicidi seriali. Era un compito prestigioso e Hernandez era considerato il migliore della squadra.
“Ma guarda chi è tornata,” disse con entusiasmo il detective Callum Reid. “Non sapevo che tornavi oggi. Ora finalmente è tornata un po’ di classe qua dentro.”
“Sai,” disse Jessie, decidendo di accogliere l’allegria del gruppo, “potresti avere classe anche tu, Reid, se non ne mollassi una ogni dieci secondi. Non è così difficile.”
Tutti scoppiarono a ridere.
“È divertente perché è vero,” disse Trembley allegramente, i riccioli biondi e selvaggi che rimbalzavano mentre rideva. Si tirò su gli occhiali sul naso, cosa che faceva di continuo, dato che gli scivolavano sempre giù.
“Come ti senti, Jessie?” chiese Hernandez quando le risate si furono placate.
“Sto recuperando,” disse lei, cercando di non suonare fredda. “Pare che tu stia alla grande.”
“Ci sono quasi,” disse lui. “Ho ancora qualche dolorino, ma come continuo a dire al capitano qui, se mi lasciasse giocare un po’, potrei davvero fare la differenza. Sono stanco di stare in panchina, coach.”